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RESISTENZA -via- Itinerario: Piazza Moro-via Beato-via Loverro da via Loverro Antonio a Circonvallazione ultima traversa lato destro Delibera C.C. n.97 del 28.3.1988 La Resistenza in Italia del 1943-45 si riallaccia all'antifascismo del ventennio 1922-43; innanzi tutto a quello attivo degli esuli all'estero ("concentrazione antifascista a Parigi", "patto di unità d'azione" tra Partito Socialista Italiano e Partito Comunista Italiano) che avevano partecipato alla guerra civile di Spagna nelle "Brigate internazionali" con la convinzione che essa fosse il preludio dell'azione insurrezionale contro il fascismo. Con non minore rilevanza la R. si riallaccia ai gruppi di azione clandestina operanti in Italia ("Giustizia e Libertà", G.L., dei fratelli Rosselli, poi Partito d'Azione, cellule comuniste nelle fabbriche e nei sindacati fascisti; gruppi cattolici di "Parte guelfa"), tutti collegati all'antifascismo morale e ideologico dei superstiti delle formazioni liberali, democratiche, socialiste, "popolari" dopo il fallimento dell'Aventino: tutti provati dalle repressioni di polizia e dei tribunali speciali. La R. in Italia rispetto all'antifascismo assume, però, maggiore ampiezza per partecipazione e motivazione. Essa è stata multiforme tanto nei suoi aspetti quanto nelle sue ispirazioni. Non solo fatto militare, la guerra delle bande, e neppure preminentemente un fatto politico-organizzativo (C.L.N.), ma anche fatto morale, contestazione di una prassi di governo e d'amministrazione ingiusta, impegno di coscienze per valori considerati assoluti. Fu, non meno, una realtà di sentimento, ribellione ai soprusi, alle violenze, agli arbitri, alle crudeltà che vennero sempre di più caratterizzando il governo di neofascisti e tedesco-nazisti nell'Italia occupata. Di qui indubbie differenze anche d'impegno, di metodo, di intensità nella R., la quale se rivelò il massimo di intransigenza e di combattività nelle formazioni militari e nella politica dei C.L.N., sul piano morale si manifestò piuttosto come distanziamento e rifiuto di solidarietà col governo di fatto, come affermazione, efficace anche senza polemica esplicita, di principi in contrasto con le direttive e la prassi dell'occupante. In tante cerchie assunse inoltre la forma pratica della solidarietà umana coi perseguitati, coi ricercati, cioè con gli attivisti della R. politico-militare. Nei giornali clandestini, negli appelli dei partiti, nelle mozioni dei CLN si ripresentarono di continuo i motivi della R. politica: la consapevolezza di quello che lo Stato e la società dovevano essere in antitesi allo Stato fascista e nazista; l'urgenza di ristabilire nelle coscienze e nelle concrete istituzioni lo Stato aperto a tutti, "democratico" secondo le quattro libertà (di pensiero, di religione, dalla paura, dal bisogno) formulate nella Carta atlantica, riferimento ideale della grande alleanza antinazista; ma insieme la volontà di far riacquistare al popolo italiano la sua personalità politica nel consesso delle Nazioni Unite in virtù della propria iniziativa, mediante una libertà conquistata col sacrificio e il sangue, non elargita da "liberatori". Perciò si insistette nel collegare la R. alla lotta antifascista dentro e fuori d'Italia, per presentarla come la sua logica continuazione e per assicurarne la direzione militare e politica agli esponenti dell'antifascismo riemersi dalla clandestinità il 25 luglio 1943. Nelle correnti più avanzate si ebbe quindi la rivendicazione massimalista in virtù della quale i rappresentanti dei partiti della R. dovevano costituire la Commissione straordinaria di governo con pieni poteri in attesa della convocazione della Costituente, con la sospensione delle prerogative della corona e del governo da essa nominato.La Resistenza in Italia, i partiti antifascisti e il loro ruolo Organi della R. politica sono stati pertanto i partiti antifascisti con la loro organizzazione interna, i loro strumenti di propaganda, le loro aderenze ideologiche, con il loro influsso sulle diverse classi e i diversi ceti, sui vari organi della pubblica amministrazione e sulle grandi istituzioni sociali. Questi partiti erano, innanzi tutto, quelli dell'opposizione del 1924, il P.C.I. (che non aveva però aderito all'Aventino), il PSI, la D.C., continuazione non solo ideale del PPI (Partito Popolare Italiano) di allora, il Partito Liberale Italiano, espressione dei gruppi differenziatisi da quelli della collaborazione o dell'attesa, il nuovo Partito d'Azione, formatosi nella lotta clandestina a Firenze, il Partito della Democrazia del Lavoro, costituitosi con elementi della vecchia democrazia liberale attorno a I. Bonomi, e, con funzioni e rappresentanza più limitate, il Partito Repubblicano Italiano, riallacciantesi ai repubblicani storici, ma con aperture regionalistiche, gruppi di dissidenza, ma dotati di una certa organizzazione e attività propagandistica, quali la Sinistra cristiana, il Movimento cristiano-sociale (a Roma), il Partito socialista internazionale, il Partito anarchico-libertario, il Partito riformista italiano. Nella lotta politica codesti partiti entravano con una tattica e un'efficienza peculiare, in funzione dell'organizzazione già posseduta. In questa prospettiva aveva assunto subito particolare rilevanza il P.C.I. che, appoggiato dall'Internazionale di Mosca e dagli organi dell'U.R.S.S., era riuscito a mantenere la sua organizzazione di cellule, nonostante i vuoti fatti dalle azioni della polizia e dalle condanne dei tribunali fascisti (5000 condanne per 25.000 anni di carcere). Dopo quello comunista, il partito più attrezzato ideologicamente e organizzativamente era il Partito d'Azione, derivato dal movimento cospirativo dei gruppi "Giustizia e Libertà" sorti nel 1929, duramente provati, come i comunisti, dalle repressioni di polizia e assai attivi anche all'estero. Una tattica assai vicina a quella del Partito d'Azione ebbe poi a dispiegare il PSI, dall'agosto 1943 PSI di Unità Proletaria (PSIUP), risultando dalla reintegrazione del vecchio socialismo riformista (Mondolfo, Romita) con esponenti del massimalismo come Nenni, e col Movimento di Unità Proletaria, audacemente rivoluzionario, rappresentato da giovani raccolti attorno a L. Basso e Bonfantini. La D.C. si presentava nel fronte antifascista con la vecchia guardia dell'intransigenza antifascista del 1924 (don Sturzo, De Gasperi, Donati), rafforzata però nel numero e nell'organizzazione dai giovani che in taluni settori dell'Azione Cattolica (universitari, laureati) avevano assunto una posizione morale e culturale di distanziamento critico inequivocabile dal fascismo. Con struttura organizzativa meno ampia e meno capillare era riemerso alla luce anche il PLI, però con nuclei, specie di intellettuali, assai attivi, in cui s'incontravano, come nel PSI e nella D.C., anziani e giovani. Più esile organizzativamente il Partito della Democrazia del Lavoro, che aveva una base nella rete della massoneria sopravvissuta alla repressione fascista negli alti gradi dell'amministrazione, in numerosi intellettuali e professionisti, con un programma socialmente avanzato come quello del Partito d'Azione e un analogo intento di combinare in economia liberismo e dirigismo, senza però pregiudiziale repubblicana. |